Il griko
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I PROVERBI

I proverbi rappresentano per  una cultura contadina e illetterata, ciò che l’insieme delle opere artistiche e letterarie rappresenta per una civiltà più colta e complessa. Con le loro affermazioni lapidarie e definitive, essi aprono squarci significativi sui vari aspetti dell’universo sociale e culturale, descrivendone elementi materiali, credenze, nonché tensioni e paure.

Iu llei o lô, si dice in griko, per affermare l’indiscutibile validità di un proverbio: “Così dice la parola”. Se si fa riferimento all’antica ricchezza di significato del termine logos, si troverà che esso non vuol dire solo “parola”, ma anche “ragione, ordine, senso delle cose”. La stessa pregnanza ha l’espressione grika: il proverbio come esplicitazione di un significato universale, antico ed accettato da tutti, di una legge, un ordine che non possono essere contestati.

Quella grika è una comunità contadina, legata alla terra, al duro lavoro nei campi e alla consapevolezza che solo chi si sottomette a questa ineluttabile necessità può porre le condizioni per la sua sopravvivenza:

Skatze to choma, a ttelisi na fai

Zappa la terra se vuoi mangiare

 

Is pu echi tenni zii ecc’itto kkosmo

Chi ha un mestiere vive, in questo mondo!

 

Il lavoro  è visto non solo come necessità naturale, ma anche valore morale, legato al dovere della parsimonia ed alla responsabilità sociale di mantenere una famiglia, con la conseguente denuncia del padre che non aottempera a questo obbligo:

Motti o ciuri kanni karnavali, a pedìa ènna kàmune sarakostì

Quando il padre fa carnevale, i figli devono fare quaresima

Per la comunità grika, si tratta soprattutto di lavoro agricolo, legato ai ritmi delle stagioni, agli eventi atmosferici, ai tempi della semina e della raccolta. Su questo tema, , comprensibilmente, i proverbi insistono, offrendo una specie di sintetico manuale di istruzioni per il buon contadino. Qualche esempio:

Is pu sperni ssto jennari ’e ttorì poddhì ssittari

Chi semina a gennaio non vede molto grano
 

Mai, tèriso ka se pinai

Maggio, mieti chè hai fame

Nella comunità contadina, però, il lavoro, benché condiviso da tutti, registra una netta e fondamentale distinzione; i lavori dell’uomo e della donna sono infatti diversi e separati:

O àntrepo mi ppala, e jineka mo kutali

L’uomo con la pala, la donna col cucchiaio

Sti mmattra ce sto kofanisi nnrizzete e jineka

Alla madia e al bucato si riconosce la brava donna

 

Né manca, anche nei proverbi, la consapevolezza, mista a disilluso risentimento, del diverso e contrapposto destino derivante dalla posizione sociale che si occupa, dalla classe cui si appartiene:

 

O techò zii o telimà atto kkosmo, o patruna zii o telimattu

Il povero vive la volontà del mondo, il padrone la sua volontà

 

Is troi ta stèata ce is troi to krea

Chi mangia le ossa e chi mangia la carne

 

L’altro aspetto che determina le condizioni di sopravvivenza di una comunità, naturale e sociale, anc’esso nelle stesso tempo, è quello della riproduzione biologica, cioè della formazione di nuove famiglie. Anche in questo fondamentale ambito i proverbi descrivono situazioni, convenzioni sociali, valori condivisi:

 

Armaso to pedì motti teli, ce i kkiatera motti sozzi

Sposa il figlio quando vuoi, la figlia quando puoi

 

Ecì pu echi pedìa pu kànnune tin agapi,’essozzi klisi tes porte

Dove ci sono ragazzi innamorati non puoi chiudere le porte

 

L’ultimo proverbio, come si vede, sottintende la necessità di un rigido controllo dei giovani prima del matrimonio, poiché:

T’àchero, mbro sti llumera, natti

La paglia, vicino al fuoco, brucia

 

Analoga rigidità e severità è prescritta in generale nell’educazione dei figli:

 

Is pu sparagnei e mmatzae ’en gapà o perdittu

Chi risparmia le botte non ama suo figlio

 

Is pu su teli kalò na klatzi se kanni

Is pu su teli kakò mo jejo se channi

Chi ti vuol bene ti fa piangere

Chi ti vuol male col riso ti rovina

 

E tuttavia non manca di manifestarsi anche, con delicate immagini, l’amore materno:

 

O pedimmu, satti pu klei, ma passon dammi ti kkardia mu cei

Mio figlio, quando piange, con ogni lacrima mi brucia il cuore

 

In generale, molti proverbi assumono semplici ed evidenti osservazioni, derivate soprattutto dal lavoro dei campi, elevandole a metafore della vita e della condizione umana. Ne vien fuori una rappresentazione rassegnata e fatalistica della vita, inserita nel contesto della legge che, come governa gli alberi e gli animali, così governa gli uomini, nel lento e perenne divenire dell’universo:

 

Arte guenni o ijo ce arte guenni o fengo

Adesso esce il sole e adesso la luna

 

Ma to cerò jènete o stafili

Col tempo matura l’uva

 

Motti t’appidi ttazzi petti menechottu

Quando la pera è matura cade da sola

 

O porati pu ’e kkanni alèe, e lumera to mmeni

Ulivo che non fa frutto, il fuoco l’attende

 

Is pratina pesammeni ’e ttis egguenni pleo maddhì

A pecora morta non cresce più il pelo

 

Arte pu o ànemo fisà poddhì, e’ kkalò na kàmome kundu o kalami

Quando il vento soffia forte, è bene fare come le canne

 

Oli pai

Tutto passa

 

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