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LA MUSICA NELLA GRECìA SALENTINA Quando alcuni anni
fa, si dava ormai per spacciato quel poco che sopravviveva della
lingua e della cultura grika, pochi avrebbero scommesso che in breve
volgere di tempo gli ellenofoni salentini, e quanti hanno a cuore le
radici della propria terra, avrebbero impiegato tante energie per
recuperare le briciole di un patrimonio che oggi, nonostante tutto,
appare sicuramente più definito e corroborato da studi, indagini e
pubblicazioni, valide non solo sotto il profilo storiografico, ma
anche per quanto attiene l'aspetto filologico e glottologico. Nella seconda metà
del secolo scorso alcuni studiosi cominciarono a rendersi conto
dell'agonia della lingua e della cultura grika, e così si
cominciarono a raccogliere le testimonianze superstiti della
tradizione orale, costituita prevalentemente da traùdia e
moroloja. Iniziò una nuova stagione feconda che registrò la
composizione in versi griki sia da parte d'autori, che restano ignoti,
sia da parte di compositori di notevole spessore poetico. Questa
produzione registra anche oggi testimonianze letterarie, artistiche e
musicali, che connotano, sia per i recuperi e sia per le novità, le
genti ellenofone del Salento. Vale la pena di
soffermarci sulla composizione drammatica chiamata la Passione di
Cristo, che si rappresenta nei paesi della Grecìa salentina il
sabato precedente la Domenica delle Palme, giorno di S. Lazzaro. Forse
è il più antico e il più caro dei canti religiosi in griko. Nel
giorno suddetto, un gruppo di poche persone, adulti o ragazzi, guidati
da un personaggio che regge un grosso ramo d'ulivo, segno di pace,
ornato con nastrini e simboli della passione di Gesù, gira per il
paese, sostando in piazza e ai crocicchi delle strade e canta la
sofferenza del Salvatore, accompagnata dal suono di strumenti popolari
e gesti drammatici. A Calimera, per
tradizione, il giorno di Natale veniva cantata una canzone in onore
del "Bambinello". Si trattava di una ninna-nanna per Gesù
Bambino, che si eseguiva davanti al presepe dopo aver recitato il
Rosario. Ancora una volta testo e ritmo sono d'autore anonimo, come
pure anonimi sono coloro che nel lontano passato hanno composto
bium-bò e ninne nanne, dal ritmo sempre uguale, la cui
trascrizione musicale è stata operata recentemente. I traùdia
sono componimenti che hanno come tema prevalente l'amore nelle sue
varie manifestazioni. La maggior parte di essi è patrimonio comune
dei centri griki del Salento, pur se con inevitabili varianti da paese
a paese. I traùdia, costituiti di solito da una o più ottave,
sono caratterizzati da versi rapidi e concisi, dei quali i primi sei a
rima alternata, gli altri due a rima baciata. Generalmente nei
primi quattro versi viene proposto l'argomento, mentre nel quinto e
nel sesto si esprime una considerazione o un giudizio, gli ultimi due
sono conclusivi. E' la struttura dell'ottava dei poemi cavallereschi
del Rinascimento. Il metro usato è in genere il verso endecasillabo.
L'uniformità metrica consente l'accompagnamento musicale e il canto a
gola spiegata, senza essere costretti a cambiare spesso la frase
melodica. Infatti, il repertorio dei motivi musicali della Grecìa non
è molto vario e una buona parte di questi motivi svolge una frase
musicale articolata su due versi endecasillabi. Ne risulta che le
diverse melodie sono adattabili a gran parte dei canti.
Le circostanze in cui
il canto è eseguito e lo stato d'animo del cantore o del destinatario
del canto suggeriscono la scelta dell'una o dell'altra melodia.
Abbiamo perciò motivi e temi tipici della mattinata o serenata,
motivi lenti e strascicati propri dei carrettieri, motivi più vivaci
con due cantori che alternano il loro canto quasi "a botta e
risposta". Questi ultimi sono eseguiti di solito durante il
lavoro in campagna da cantori che si trovano in due diversi poderi ed
hanno lo scopo di interrompere la monotonia del lavoro e di
rinfrancare gli spiriti (Canti grecanici di Corigliano d'Otranto,
Galatina, 1978, p.16). La canzone e la
musica grika, pur possedendo specifiche peculiarità costituite dalla
polarizzazione delle note tristi e nostalgiche, come nel caso dell’Aremu
rindineddha e di Klama, ove il tema sociale narra della
condizione dell'emigrante e, comunque, di chi è lontano dal luogo
natio, nelle composizioni d'amore palesa toni fatti d'allegria
maliziosa e provocatoria.
L'espressione
musicale, elaborata nell'ambito autoctono, sorta in età moderna ed
influenzata dai ritmi di matrice quasi sempre meridionale, è priva di
collegamenti con la cultura musicale greca che si è sviluppata senza
coinvolgere o influenzare i griki, quei figli della diaspora che per
secoli non hanno avuto alcun rapporto con la madrepatria. In un tempo non molto
lontano, nei paesi griki del Salento, in occasione di un funerale, si
poteva assistere al lamento delle prefiche (rèpute), che con
una cantilena straziante, accompagnata da una mimica convulsa
frammista a pianto, ripetevano vecchi e secolari motivi, trasmessi da
generazione in generazione, ispirati alla mitologia ellenica ed al
sentimento tragico della morte. Nell'ambito delle composizioni dedicate ai defunti, occorre distinguere i moroloja propriamente detti, dai canti funebri. Nei moroloja i distici in griko spesso appaiono intercalati da distici in dialetto romanzo locale, mentre per quanto attiene ai canti funebri si nota una straordinaria purezza lessicale grika, probabilmente perché è ristretto il numero dei vocaboli usati. |