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GASTRONOMIA
La
cucina della Grecìa salentina è caratterizzata da un’ampia varietà di
ricette, pur contando su un numero di componenti relativamente limitato.
Essa
utilizza ingredienti che un tempo - diciamo fino alla metà del
Novecento - erano prodotti nell’ambito della famiglia o della «famiglia
allargata», la ghetonìa, il vicinato: era una cucina autarchica, basata sulla
produzione propria, la quale suppliva alla modesta varietà degli
ingredienti con una molteplicità di combinazioni e con una cospicua
elaborazione delle ricette.
Il
turista più esigente potrà conoscere i sapori più antichi della
gastronomia grika in una delle numerose osterie presenti in tutti i comuni
della Grecìa salentina, dove potrà gustare i piatti tipici
nell’atmosfera giusta, tra la cordialità dei gestori orgogliosi delle
loro ricette e i dialetti romanzo e griko che risuonano maliosi e, con un
po’ di fortuna, al ritmo di scatenate pizziche
o di suggestivi canti griki d’amore o di morte.
La
cucina è certo una delle chiavi di lettura di una cultura, una delle
modalità più importanti per conoscere un popolo, a condizione, però,
che non venga considerata fine a sé stessa, bensì calata nel complesso
umano generale di un territorio.
Gli
abitanti della Grecìa hanno insieme - come tutti coloro che provengono da
civiltà contadine - un profondo senso dell’ospitalità ed una grande
discrezione, che è rispetto del forestiero.
Il
turista, che non si limiti a godere delle bellezze paesaggistiche ed
architettoniche, ma voglia conoscere lo spirito dei luoghi e delle
persone, chieda ai grecanici: chieda informazioni, un bicchiere d’acqua
o la sosta al fresco di un cortile; chieda, sia intraprendente e la sua si
trasformerà in una vacanza di conoscenza e di emozioni.
Son
cresciuto a cucina pugliese
di Folco
Portinari
Come
farò, io che non sono greco, e nemmeno salentino, - come potrò parlare
del cibo della Grecìa Salentina? Qualcosa ne sapevo, ma la lingua greca
l'ho abbandonata da un pezzo, più di mezzo secolo fa, e me ne dolgo come
della perdita di una consolazione, ora che sono vecchio. E poi si trattava
del greco antico, qualcosa di simile al rapporto tra il latino e le
dipendenze "romane". Della lingua moderna, per quel che ho
appreso dai miei diversi viaggi in Ellade (come dire, et in Arcadia
ego…), so ancora alcune cose essenziali, specie alimentari, psomì,
crassì possibilmente mavro,
soupià, glòssa, arni, katòpoulos,
souvlàki, tzaziki…
Insomma, buono per la sopravvivenza e la sussistenza. La mia rincorsa, a
dirla tutta, è assolutamente mentale ed è nutrita di memoria e di
ricordi. A quelli mi devo attenere, e che siano gastronomici.
Una
memoria fatica, nonostante gli anni, ad andarsene via. È greca e in
greco.
È una ricetta da ricchi, una delle più antiche del mondo occidentale,
forse mai approvata sulla costa d'Otranto, autore Omero, Odissea, III -
455, il pranzo offerto a Telemaco da Nestore: " E come della giovenca
fluì il sangue nero, lasciò l'osse la vita, / subito lo squartarono e
tagliarono e cosce / tutte per bene, di grasso le avvolsero, /
ripiegandolo, e sopra le primizie disposero: / le ardeva sulla catasta il
vecchio, e vino lucente / versava sopra […]. / E quando le cosce furono
arse, mangiarono i visceri, / fecero il resto a pezzi, li infilarono su
spiedi, e li arrostivano…" , secondo la traduzione bella di Rosa
Calzecchi Onesti.
Comunque
ho anch'io qualche legame con la Puglia meridionale. All'inizio del secolo
scorso mio padre approdò a Locorotondo e a Squinzano, a far vino, un
paradosso, uno che dal ricco nord emigrava al sud. È a lui, lombardo, e a
mia madre, emiliana, che devo il mio amore per la Puglia, un amore che si
fa concreto nelle pietre, ma pure nei suoi cibi. Quando ritorno al nord,
alla fine degli anni Venti, mio padre si faceva regolarmente mandare, ogni
anno, i lambascioni, di cui
esaltava le proprietà diuretiche e lassative, mentre mia madre mia madre
non rinunciava alla sua panzanella e a noi preparava gnemeriedde,
tiedde con riso patate cozze,
strascinati, gli allievi, le fragagghie
di pesce crudo, carteddate. Per
dire che son cresciuto a cucina pugliese. E quando scendo a trovare Nietta
e Tonino quella la voglio, quella pretendo.
Nella Grecìa ci arrivai tanti anni fa, preso da smanie archeologiche, le
stesse che mi avevano ripetutamente portato in Grecia. Scendendo da Lecce
verso Otranto arrivai a Calimera, dalle inequivocabili origini, e da lì
andai alla ricerca, che allora non mi fu agevole, dei dolmen di Gurgulante
e di Placa. Fu lì che appresi dell'esistenza di un dialetto affatto
anomalo e che suonava alle mie orecchie più familiare dell'apulo, come
per riverberi, assonanze, ricordi scolastici.
Era greco. Non era quello di Omero e nemmeno quello di Pericle. O di
Luciano. Era già greco moderno. Il che pone dei limiti, dei confini
storici precisi al tempo delle emigrazioni dalla patria ellenica alla
nuova patria pugliese.
Cioè si tratta di un'emigrazione più recente rispetto a quelle
mitologiche, la quale però è riuscita a conservare una sua originarietà
ben riconoscibile. Vuol dire, allora, che pure i costumi sono più recenti
e, con i costumi, anche l'arte culinaria.
D'accordo, non è possibile che una secolare permanenza in un'area
territoriale e culturale diversa dall'indigena non contamini, alla lunga,
quel nucleo originario. Soprattutto per contaminazioni che coinvolgono
l'intero territorio e si estendevano al bacino del Mediterraneo,
provenendo per di più il flusso da altri continenti, dal Centro e Sud
America, dall'Africa, dall'Oriente. E poi, è pressoché impossibile
mantenere immobile una tradizione alimentare, quando è la natura stessa a
muoversi, modificandosi e modificando le risorse. Gli scambi, i viaggi, il
terreno… Non solo, ma da questo punto di vista, la memoria (e la memoria
del gusto) non retrocede oltre la nonna o la bisnonna, come referenti.
Non è un caso che si legga a proposito della cucina della Grecia: "
Essa utilizza quasi esclusivamente ingredienti che un tempo - diciamo fino
a metà Novecento - erano prodotti nell'ambito della famiglia o della
" famiglia allargata", il vicinato" (che è tipico della
campagna, piemontese o sicula che sia). Perciò, si legge : "Una
cucina autarchica". Si, ma solo come sistema produttivo.
Infatti la risorsa più utilizzata è il pomodoro, che apre addirittura il
ricettario, lo intona, un pomodoro inteso come penda o come sarsa e
conserva, e che non mi pare sia davvero uno "specifico". Non sto
a ricordare che la diffusione e l'accettazione gastronomica del pomodoro
conta sì e non cinquant'anni e duecento la patata. Voglio dire che sono
cibi recentissimi dal punto di vista culturale, del costume alimentare, ma
ormai universalmente assimilati, metabolizzati. Un discorso quasi analogo,
con riferimento alla Grecia originaria, vale per la pasta, o per il tiaulìcchiu, o per i fagioli ecc. Così l'uso gastronomico del
cavallo (penso alla Val d'Itria e dintorni). Per contro non trovo la feta.
Mi meraviglierei, comunque, se le cose fossero andate in altro modo da
questo, naturale.
Cos'è, dunque, accaduto? È accaduto quel ch'era normale accadesse, per
l'uomo così per ogni creatura, con rispetto di Darwin e della storia. Ci
si adatta alle nuove
circostanze, si assimila l'altro. Si adattano i propri costumi alimentari,
per esempio, ai nuovi e diversi prodotti, ci se ne appropria, ripeto.
Perché conservare una lingua è più facile che conservare un gusto.
Leggo le ricette qui raccolte e mi paiono schiettamente pugliesi, quella
è la tradizione. Era un esito fatale. La Grecìa, per concludere, ha due
lingue per comunicare, è bilingue, una lingua per parlare il dialetto
greco, e una lingua culinaria, che parla in dialetto pugliese.
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