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LA PASSIONE
(Voglio) dirvi « buongiorno »,
Parlarvi della Passione,
Quante (sofferenze)
patì Cristo:
Ascoltatele con devozione.
Ce lo mandò il Padreterno
Per salvarci l’anima,
Perché non andassimo
all’Inferno
Che meriteremmo tutti
noi.
La Madonna in orazione
Contemplava il Figlio,
Lei, cui toccò la
fortuna
Che si incarnasse
nel (suo) ventre.
Adesso non parliamo
più di ciò.
Ognuno pensi
A quante (torture)
fecero a Cristo
Perché potesse salvarci
l’anima.
Quei cani, gli Ebrei
infedeli,
Andavano cercando
il Messìa.
Giuda, che faceva
finta di piangere,
Proprio lui servì
da spia.
Quando corse da solo
Lo mercanteggiò con
loro
E vendette il nostro
Cristo
Per trentatré carlini.
Lo conducevano, lo
portavano in giro
E legato lo tenevano;
Lo misero dentro
una taverna
E San Pietro lo seguiva.
Tenevano consiglio
codesti Ebrei
(Per decidere) dove
condurlo dapprima,
Così che Anna lo
condannasse
A morire sulla Croce.
Lo condussero lì
da Anna,
Stretto legato lo
tenevano,
Perché apprendesse
la condanna:
San Pietro lo seguiva.
Ma San Pietro presso il fuoco
Stanco si accinse a sedersi.
Si trovò a passare una fanciulla
E incominciò a interrogarlo:
« Perché vai col Messìa?
Sei venuto qui per farlo assolvere?
Ti riconosco dalla favella ».
San Pietro incominciò a negare.
Si trovò a passare un’altra fanciulla
Con più dolore e tormento:
« Ti riconosco dal linguaggio
Che hai negato dopo aver giurato ».
Gli occhi levò Cristo
Per guardare San Pietro
Che lo aveva rinnegato procurandogli
amarezza:
Si sentì il gallo cantare.
Quando condussero fuori il Messìa,
La gente rimase confusa:
Chi lo trascinava per i capelli
E chi gli sputava sul viso.
Gli misero una benda perché non vedesse
Mentre lo picchiavano
E gli dicevano di indovinare:
Gli domandavano chi lo picchiava.
S’inginocchiò lì per terra,
Maria pregava Iddio
Che Ne prendesse la difesa
Ché il dolore che aveva era grande.
Sei mila bastonate
Seicentosessantasei
Sopportò sulle spalle
Mentre lo colpivano coi bastoni.
Molti Gli dettero colpi di fune
Lì sulle carni delicate,
(Tanto) che Gli si scoprirono sulle spalle
Tre ossa tutte spolpate.
Lo portarono in giro lo sfortunato,
Stretto legato Lo tenevano,
Lo presentarono a Pilato
E tutta la plebaglia Lo seguiva.
Falsamente Lo accusavano,
Senza che alcuno li contraddicesse,
In faccia (Gli) ripetevano le accuse
E Cristo non replicò mai loro.
Uno Gli diceva che era un mago
Che va (in giro) operando magìe,
Un altro Gli diceva che è un usuraio;
Ed eran tutte furfanterìe.
A Cristo disse Pilato:
« Ognuno Ti accusa.
Tu Ti trovi nei guai! ».
Egli rispose: « Tu lo dici! ».
Levò la mano con autorità
Quel Marco villanzone,
Gli dette uno schiaffo violento
Sul lato sinistro.
Pilato col suo potere
Condannò Cristo.
Pronunciò la sentenza
Quella plebaglia: « Alla croce! ».
Quei cani, gli Ebrei infedeli,
Lo legarono più stretto,
Ché ritenevano che potesse loro scappare,
E Lo condussero alla croce.
Si fece loro avanti uno della stessa risma
Con una corona non molto grande,
Fatta di giunchi marini,
E Gliela misero in testa.
Quando Gliela premettero
Provò dolore molto grande,
Le spine Gli penetrarono le tempie,
Il sangue irruppe come un canale.
Non riuscirò (mai) a dirvi
Quante furono le strattonate,
Quando Gli misero la croce
perché la reggesse sulle spalle.
Ma come poteva, poveretto!,
Reggerla sulle spalle?!
Era tutto coperto di piaghe
Per i tormenti e le bastonate.
Addosso non aveva più forza
E Lo spingevano perché camminasse,
Lo urtavano di continuo in mezzo alla strada
E non si trovò nessuno ad aiutarLo.
Frattanto scorsero
un tale che veniva tutto solo:
era Simone che con l’inganno convinsero
a portare la croce.
Andava correndo Maria
Ora di qua, ora di là, senza alcuna compagnia,
Per vedere il suo Figliolo.
Come una tortora scompagnata,
Senza la sua (abituale) compagnia,
Cosi sedette in mezzo alla strada
Senza profferir parola.
Venne Marta e Maddalena
Per conforto di Maria,
Perché non prendesse tanta pena
Senza alcun soccorso.
Ma andavano conducendo con la lanterna
Cristo, il gran Figlio
E per tutte le strade Lo menavano:
Chi voleva, poteva vederLo.
E mentre passava lo sfortunato,
Accorse Sua madre a vederLo.
Addosso non aveva se non la pelle
E tramortì la (poveretta) amareggiata.
Fecero passare lo sfortunato
E procedeva afflitto e amareggiato:
Ogni cosa era preparata
Per metterLo in croce.
Prepararono tre croci:
Una era del Buonladrone,
Il posto di mezzo era di Cristo,
L’altro era del Malladrone.
Con i chiodi Lo inchiodarono,
Fatti con maestria,
E Lo crocifissero,
E causa di tutto fu il peccato.
Il Malladrone nel pensare
Che aveva guardato Cristo,
Incominciò a dileggiarLo
Mentre stava sulla croce.
Con un vero pentimento
Gli guardò il viso:
Il Buonladrone in un momento
Guadagnò il Paradiso.
Presto accorse Longino
Con una lancia sfoderata.
Con un colpo repentino
Gli trapassò il costato.
Quando morì Cristo
Il sole perdette la luce,
La luna rimase oscura,
La notte ridivenne giorno.
Si spezzarono le montagne,
I muri caddero dalle fondamenta,
Inaridirono i campi,
Il mondo si rivoltò sottosopra.
Nessuno potrà raccontare
Quante (rovine) provocò il peccato.
A Dio ricorra
Col pentimento nel cuore.
Cristo benedetto
Scese giù (nell’Inferno) con un nimbo,
Vide tutta quella gente
Che Lo attendeva nel Limbo.
Prese tutti i Patriarchi
Con l’aspetto dal bel viso;
Perché godessero la gloria,
Tutti li condusse in Paradiso.
Per noi venne a patire,
A morire sulla croce
E a ricorrere con noi;
Ma non morì come Dio.
Aprici Tu la gloria
Che è il cammino di Dio,
Affinché godiamo la vittoria,
Sempre quella che hai Tu.
Veramente è stata una pazzìa,
Ma più pazzo sono stato io,
Che non ho detto neppure la decima parte
Di ciò che patì Cristo.
Io mi metto così per mettermi
A parlare della Passione,
Ché avrei avuto bisogno di penna e di carta
Ed (invece) io non ci vedo a leggere.
Adesso avete ascoltato la Passione,
Quanto ha patito Cristo?
Muovetevi tutti a compassione
E fatemi la cortesìa (di un obolo).
SAN
PANTALEO
Vorrei avere
intelletto e memoria
Per dire e
sapere ancor di più,
Su questo
santo narrerei una storia
In modo da
lodar San Pantaleo.Guarì chi
stava con l'Estrema Unzione,
Anche chi
s'era già comunicato,
Chi stava
per morire e chi già morto.
Son belli
i tuoi miracoli e il tuo aspetto
E più ti guardo
e più mi sembri bello.
Grazie hai
concesso a tutti i cristiani
Perché medico
fosti sopraffino.
Guaristi quelli
con l'Estrema Unzione,
Anche chi
s'era già comunicato,
Chi stava
per morire e chi era morto.
PREGHIERA
Di venerdì
ti prego
Che il Crocifisso
mi consoli,
Illumini le
mie intenzioni
E mi tenga
lontano dal peccato.
Mi accingo
ad amare un altro mondo
Così Dio mi
dona il Paradiso
E, magari,
mi dice di godere.
San Giuseppe
appresta il convito
E lo Spirito
Santo mi augura il bene.
Aprendo con
le chiavi il Paradiso
San Pietro
mi fa rallegrare.
Un'altra garanzia
non mi può dare
Se non condurmi
nell'alto dei cieli
Perché quelle
porte io vorrei vedere
Ed in qual
modo se ne stanno chiuse.
Se quel portone
fosse sempre aperto,
Da lì potresti
scorgere ogni cosa
E ancor potresti
contemplare Dio
Che copre
il cielo con sue volte.Tutti gli
angeli cantano, io dico,
E penso com'è
bello il Paradiso.
SANTO
NATALE
Andiamo tutti
a venerare il Cristo
Nella piccola
grotta dov'è nato.
Ivi si ascolta
un musicista fine
Ed angeli
esperti di bel canto.
Tutti i pastori
sono qui davanti
E con i flauti
suonano a gara.
E' Paradiso
quella capannuccia
Dove la Verginella
partorì.
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LA
PASSIONE
Kalimera na sas ipò,
Na sas kuntezzo a’
tti’ Passiuna,
Possa ipàtezze 0
Kristò:
Kusetèa ma devozziuna.
Mas’on ambièzze o
Paddreterno
Na mas sarvezzi ti’
zzichì,
Na mì’ ppame is’on
Anfierno
Ti ammeritèamo oli
imì.
I Maddonna is’in
oraziuna
Ikuntample to Pedì,
Tis e’ nn’achi ti’
ffurtuna
Is’i ccilìa n’ankarneftì.
Arte e’ llèome plèo
ap’uttù.
Passiosena e’ nna
penzezzi,
Possa ikama tu Kristù,
Ti’ zzichì na mas
sarvezzi.
Cini sciddhi, i Turki
Abbrèi
Ipìan ghiurèonta
to’ Mmessìa,
O Giuda p’òkane ti
klèi,
Cino dùlezze jai
spìa.
Motten ètrame manichò,
To negòdziezze me
cinu,
Ce mas pùlise to’ Kkristò
Jai triantatrìs karrinu.
Ton ipiga, ton iperna
Ce demeno ton ivastusa
To’ vvala icessu
i’ nna’ ttaverna
Ce As Peddro ton ikulusa.
Conzijo ikanna tusi
Abbrei,
Ipù n’o’ pparu to protinò,
Jus o Anna to’ kkundannèi
Na pesani is’o Stavrò.
Ton ipìrane icì ‘s’on
Anna,
Siftò demeno ton
ivastusa
Jai na masi ti’ kkundanna:
O As Peddro ton ikulusa.
Ma o As Peddro(n) is’i’ llumera
Strakkos èbbiake na kaìsi.
Vresi diavènnonta na kjatera
Ce àrcise n’on arotisi.
Jai ‘sù ipài me to’ Mmessìa?
Irtes ote n’on assorvezzi?
S’annoridzo is’in omilìa:
As Peddro(n) àrcise na nneghezzi.
Vresi diavènnonta addhi kjatera
Jai plèo ddoja ce trumento:
“ S’annoridzo is’i’ llinguera
Ti nèghezze me giuramento ”.
T’ammaddja(n) àskose o Kristò,
Ton A’ Ppeddro na kanonisi,
Ti to’ nnèghezze to prikò:
Ikusti o caddho na travudisi.
Motte igguala to’ Mmessìa,
To gheno(n) imine konfuso:
Tis ton ìsirne a’ tta maddhìa
Ce tis ton if tie is’o’ mmuso .
Tu vala’ ppenda na min vlezzi
Motte pu to’ ppelekusa,
Ce tu lèa na ndevinezzi:
Tis to’ ppeleka ton arotusa.
Angotànise icì amesa,
I Marìa ‘o’ Tteò iprakali
Na Tu piaki tin difesa,
Ti i doja p’uche isa’ mmali.
Ezze chijates bastunate
Ezze akosce ozzintazze
Isumpòrtezze ampì ’s’es plate
Tiotonta me tes mazze.
Poddhè Tu dokan funicellate
Icìi ’s’a krèata ta dilikata,
Pu Tu skoprèftisa ampì ’es’ plate
Trìa stèata ola spurpata.
To diavikan to sfurtunato,
Siftò demeno ton ivastusa,
’O’ ppresentèzzane is’o’ Ppilato
Ce oli i pleba ton ikulusa.
Farsamente ton akkusèa,
Senza tispo n’,us aròtisi,
Is’i’ ffaccia ta mantenèa
Ce o Kristò mai n’os omilisi
Enas t’ole t’isan magari
Ti pai kannonta magarìe,
Addhos t’ole t’en usurari
Ce ole isan furfanterìe.
Tu Kristù(n) ipe o Pilato:
“ Passosena s’akkusei.
Isù ivrìskese ambrojato ”.
Cinos t’upe: “ Isù to lei ”.
Askose ’i’ chera m’autoritata
Cis o Markos o fakkino,
T’odiketo na skiaffata
Is’o mero to mancino.
O Pilato m’ì’ ppotenza
Ikundànnezze to’ Kkristò.
T’òdiké-tu ti’ ssentenza
Cis i pleba: “ Is’o stavrò! ”.
Cini sciddhi, i Turchi Abbrèi,
Ton itesa pleo’ ssiftò,
Ti kratusa ti tos fèi,
Ce To’ ppirane is’o stavrò.
Ambrò tos guike ena sa’ ccinu
Me mìa’ kkuruna de’ ppoddhì’ mmali,
Ghenomeni azze sciunku marinu
Ce Tu ti’ bbàlane is’i cciofali.
Motte pu Tu ’in inkarkezza
Inòise doja poddhì’ mmaIi,
Ta kattia ’i’ ttempie Tu penetrezza,
To ghema(n) éklase sa’ kkanali.
’En istadzo na sas pò
Posse(n) ìsane i strappate,
Motte Tu vala to stavrò
Na ’o’ vvastazzi ampì ’s’es plate.
Ma pos ton ìsodze, sfurtunato!,
Na to vastazzi ampì ‘s’es plate?!
Ce olo(n) ibbie impiakato
A’ ttus ponu ce a’ ttes mazzate.
Anu ‘em basta sanitata
Ce ’on imponna na pratisi.
To’ ppìane skrùonta mesa ’s’i strata
Ce tispo ivresi n’on avisisi.
Essu is tuo(n) iskuperezza
Enas pu èrketo manichò:
Isane o Simone pu ’on isgannezza
Na vastazzi to stavrò.
Ibbie trèchonta i Marìa
Arte ap’ote, arte apù ci,
Senza kamma’ kkumpagnìa,
To Petaci-ti na dì.
Sa’ mmìa’ ttùrtura skumpagnata
A’ tti’ ddiki’-tis kumpagnìa,
Ius kàsise mesa ’s’i strata
Senza na doki ’in omilìa.
Irte i Marta ce i Matalena
Jai cunforto tis Marìa,
Nna mì’ ppiaki tossi’ ppena
Senza kamman avisìa.
Ma ipìan vastonta m’ì’ llinterna
To’ Kkristò, to mea’ Ppedì,
Ce iss’ole strate ton iperna,
Tis ton ìtele na ton dì.
Ce diavènnonta o sfurtunào,
Ètrame i màna-tu na ton dì,
Anu ‘em basta senò to derma
Ae antramùrtezze i prikì.
To’ ddiavikan to sfurtunato
Ce ibbie afflitto ce prikò;
Passo prama ìo’ ppreparato
Na ton vàlune is’o stavrò.
Ipreparezzan tri stavrù:
Ena ìsane tu Buonladdrone,
(t)Omeso’ ttopo ìo’ ttu Kristù,
(t’)Addho ìsane tu Malladdrone.
Me tus kiovu ton inkiovezza,
Ghenomenu me mestrìa,
Ce ton ikrocificezza,
Ce oli i kausa ìone i amartìa.
O MaIladdrone is’ o penzezzi
Pu ikanònise to’ Kkristò,
Àrcise n’on derlegezzi,
Motten ìstike is’o stavrò.
M’enan vero’ ppentimento
Tu kanònise ton viso:
O Buolladdrone is ‘na’ mmomento
Iguadàgnezze ‘o’ Pparadiso.
Presta ètrame o Longino
Me na’ llancia sfoderata,
M’ena’ kkorpo repentino
Tu trapàssezze ti’ kkostata.
Motte apèsane o Kristò,
Ijo èchase ti’ llumera,
O fengo ìmine skotinò,
I nifta ighiùrise san imera.
Ispèzzeftisa i muntagne,
I tichi pèsane apo katu,
Isikkèzzane i kampagne,
O kosmo vòtise anukatu.
Tispo istadzi na kuntezzi
Possa(n) èkame i amartìa.
Is’ o’ Tteò na rikorrezzi
Me pentimento tis kardìa.
O Kristòs o vloimeno
Akkatèvike akàu m’o’ nnimbo,
Ite olo citto gheno
Pu Ton èmene is’o’ Llimbo.
Ebbike olu tus Patriarku
Me ti’ ffaccian orion biso.
Na godèzzune tin gloria,
Olus tus pire is’o’ Pparadiso.
Jai mas irte na patezzi,
Na pesani is’o stavrò,
Ce me ma na rikorrezzi;
Ma ‘en apèsane sa’ Tteò.
Anizzò-mma isù tin gloria
Pu ene i strata tu Teù,
Na godèzzome ‘i’ vvittoria,
Cini panta p’ochi isù.
Veramente ìo’ nna’ ppaccìa,
Ma pleo’ ppaccio imone ivò,
Pu ‘en ipa manku ti’ ddekatia
A’ cci’ ppu pàtezze o Kristò.
Ivò ivàddhome jai ivartì,
A’ tti’ Ppassiuna n’omiliso,
T’ìtela pinna ce chartì,
Ce ivò ‘em blevo na meletiso.
Arte ikùsato ti’ Ppassiuna,
Possa ipàtezze o Messìa?
Piakete oli is kumpassiuna
Ce
kametè-mu ti’ kkortesìa.
SAN PANTALEO
Itala n'acho 'ntelletto ce mimoria
Na
elio ce na ìtsara ce pleo,
A'
ttutton ajo n'aggaddha mia storia
Na
ludetso ton A' Ppantaleo.
Ka tis dulìato ce tis cinunimmeno,
'Is ìstinne na pai
ce 'is tarammeno.
Ories
e chàres-su, e stàmpa-su en oria
Ce
pleo se kanuniso, isa beo
Ka
kanni chare alò tus kristianò
Ka
isane 'a mmediko liptò.
Ka tis dulìato ce tis cinunimmeno,
'Is
ìstinne na pai ce 'is tarammeno.
PREGHIERA
Afse parasseghì se prakalò
O
Crocifisso na me kuntsulefsi
Ce
na me numerefsi to skopò,
Pas
amartìa na me skantsefsi.
Ivò
pianno addho kosmo n'agapiso
Ce
o Teò mu dì 'o Pparadiso
Ce
mu lei magari na charò.
A'
Ggiuseppi kanni to kumbito
Ce
o Spirdussanto mu sperei kalò.
As
Petro ta klidìa a' tto Pparadiso
Ce
me kanni puru na cherestò.
Cino
'en ei fida na mu kanni
Anu
s'on ajera na me pari
Ka
citte porte ìtela na dò
Ma
tì manera stéune klimmene.
Ciso
farkuna pùstighe anittò,
Apù
'cì skuperegghi tikanene,
Skuperei
puru 'a mea to Teò
S'on
ajera stendei ole te vvele,
Oli
angeli kantéune to leo 'vò:
Pentseo s'o Paradiso tì kannun oria..
SANTO NATALE
Epame oli na dume
to Kkristò
Ce citti kkapandeddha pu ghennìsi.
Ecessu ekùete 'a
mùsiko leftò
Ce
Anghèli ma to orio traudìsi.
Oli
e pastori estékune ettumbrò
Ce
m'a sugliavria cis to pleo eladì.
E'
Paradiso cini kapandeddha
P'òkame 'o Pedì(n) e Vergineddha.
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