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ECOLOGIA VEGETALE DELL'AREA

E’ difficile immaginare oggi quest’area, all’apparenza arida, con predominio di vegetazione erbacea, come una terra di rigogliose foreste in cui predominavano le querce, in particolare il leccio. Fino a pochi secoli fa tutto il Salento era percorso da antichi boschi, che da Oria scendevano verso Lecce, e da questa verso tutto il Salento meridionale.

Alla fine dell’Ottocento vi erano ancora estese tracce dell’antica foresta di Lecce e del magnifico bosco di Belvedere nella fascia centrale salentina, tanto che alcuni paesi, come Nociglia e Supersano, si erano specializzati nella produzione di carbone vegetale.

Di questa antica foresta interna esistono ormai solo lembi residui, ben racchiusi entro alte mura, visibili qua e là nel Salento.

A Calimera il rapporto fra popolazione e bosco aveva raggiunto un tale livello di sviluppo da far rientrare la selvicoltura fra le principali attività economiche del paese; rapporto ancora intenso, visibile nei numerosi resti degli antichi boschi, nei toponimi locali, nel lessico ironico “craunari”, cioè carbonai, con cui erano chiamati dagli abitanti dei paesi vicini, e perfino nella diffusione del cognome “Montinaro” e “Montinari”, evoluzione dell’originario “montonaro”, cioè produttore di carbone vegetale ottenute dalle cataste di legna (“muntuni” in dialetto salentino).

In questa foresta predominava il leccio, quercia sempreverde tipicamente termofila.
A questa erano associate altre querce decidue, come la roverella, la virgiliana e, in situazioni microclimatiche particolari, l’olmo campestre, specie ad esigenze più mesofile.

Il sottobosco, limitato dalla poca luce che filtra dagli alberi alti, é caratterizzato dalla presenza di arbusti come il corbezzolo, l’alloro, la fillirea, il mirto, l’alaterno, il lentisco, il viburno, i cisti, il pungitopo, e da numerose liane come la smilace, l’edera, la clematide, la rosa di S. Giovanni, il caprifoglio.

Quella che vediamo oggi é una vegetazione di sostituzione, attuata dall’uomo per ricavare terreni agricoli.

Dei terreni disboscati, quelli dotati di maggior spessore sono stati destinati a colture arboree complesse e varie, quelli superficiali sono diventati terreni seminativi e quelli con roccia affiorante sono stati adibiti a pascolo.
A tale proposito A. Costantini (Grecía Salentina, arte, cultura e territorio, Galatina, Congedo, 1996, pag. 75) segnala che ai primi del ‘600 “chesure” con alberi di gelso, vigna e fichi erano elementi caratterizzanti il paesaggio agrario anche se non mancavano di certo oliveti, e che i frutteti erano frequenti non solo presso le abitazioni ma anche in aperta campagna.

La veste odierna, alquanto semplificata, prende vita nel ‘700 quando le “chesure seminatorie con pochi arbori d’olivo dentro” avevano già preso il sopravvento su vigneti e frutteti.
A quell’epoca, nell’area, diventa prevalente l’indirizzo olivicolo e del pascolo, vengono estirpati gli ultimi boschi, in parte destinati agli usi civici delle popolazioni che li utilizzavano mediante il sistema della ceduazione, per far posto alle nuove modalità di sfruttamento del suolo.

La diversificazione ecologica ed economica dell’area subisce un ulteriore impoverimento anche nel corso del tempo, quando il pascolo eccessivo, alcune forme di erosione idrica ed eolica e gli incendi ripetuti, degradano lentamente le “chesure seminatorie” verso l’associazione vegetale conosciuta botanicamente col nome di “Gariga”, a testimonianza della notevole azione antropica sul territorio.

La “gariga” é caratterizzata da una vegetazione erbacea e da piccoli arbusti, in genere pero selvatico e timo arbustivo, che si insediano sul sottile strato di terra rossa dove, per larghi tratti, affiora la roccia madre cretacica a cui é sempre associata. Comuni nella “gariga” sono le piante aromatiche, timo, rosmarino, salvia e numerose altre come i coloriti cisti, le euforbie, l’asparago selvatico, gli elicrisi e alcune fra le più belle orchidee selvatiche del Salento.

Uno stadio evolutivo della “gariga” lo troviamo lungo i sentieri delle coltivazioni e lungo le strade di campagna, dove la vegetazione, meno disturbata dall’azione dell’uomo e dal pascolo intensivo, é più ricca e tende ad evolvere verso stadi più vicini a quello di maturità.

Lungo questi sentieri troviamo spesso la flomide (salvione giallo), a livello arbustivo, cisti, mirto, lentisco, filliree, quercia spinosa, leccio, rosmarino, rovo, ginestra spinosa, perennanti come gli elicrisi, verbaschi, l’inula e molte altre specie erbacee.
I sentieri, “sipali” nella consuetudine locale, sono un indicatore biologico molto importante, perché evocano la possibilità, in pochi anni, di recuperare associazioni vegetali povere, come la “gariga”, verso forme più evolute come la macchia mediterranea bassa, alta ed infine giungere allo stadio climax, di maturità, della foresta sempreverde di leccio.